Toto #Oscar2017

Se anche voi, cinefili e non, avete come programma per il weekend in corso una lunga, intensa e densa maratona cinematografica per guardare tutti, o quasi, i film candidati all’Oscar quest’anno, ecco alcuni modesti consigli su ciò che vale la pena vedere.

Il tempo stringe e tocca fare una cernita: i candidati come Miglior Film sono di certo i più appetibili.

Scialba pare la lista rispetto alla corposa produzione di filmoni e cult degli anni passati ed, in effetti, pochi convincono e molti deludono in questa presunta e presuntuosa epopea cinematografica. Non posso redimermi dall’affermare che questa maratona è stata noiosa, fatte le dovute eccezioni.

Ecco cosa ho scelto di vedere ed ecco cosa ne penso.

• LA LA LAND

Partiamo dal migliore.

Si, ci sono anch’io tra coloro a cui ronza perennemente in testa quel fischiettio che intona l’incantevole e ipnotica colonna sonora di questo film. Il film, che tramuta in musical con evocazioni artistiche che spaziano dalle citazioni cinematografiche alle connotazioni teatrali, dalla commemorazione di un passato musicale ancora in voga ai richiami pittorici, anche essi del passato, con scene che sembrano direttamente estratte da un quadro di Chagall, colpisce per la sua briosa semplicità.

Le colonne sonore “spaccano” con le loro coinvolgenti e allegre melodie, intonate da un profuso romanticismo che muove i due protagonisti, immersi in un’atmosfera fiabesca, a suon di ticchettio di tip tap.

Il presente che ostacola il futuro, le ambizioni che prevaricano la paura, la determinazione di lui che vuole fare il musicista e di lei che aspira a divenire attrice, sospingono la trama verso un’affascinante risolutezza che porterà al compimento dei loro sogni ma alla rottura della loro relazione amorosa. E qui, in fatto di coraggio, i protagonisti toppano, dandosi per vinti senza correre il rischio di continuare a viversi a distanza.

Insomma, un carico di emozioni in transito su di una strada in salita fatta di sogni. Perché se puoi sognarlo, puoi farlo; l’importante è non arrendersi in partenza; l’importante è non arrendersi mai.

E poi sarà per lo sguardo perentorio di Ryan Gosling, sarà per la goffa dolcezza di Emma Stone, sarà per quel timido e impacciato sfiorarsi di mani in un cinema al buio di una pellicola datata, la poetica trepidazione provocata da alcune scene ricorda che il sentimentalismo va ancora di moda.

Solo per coloro dediti a sognare ad occhi aperti.

E, con ancora in loop nelle mie orecchie ogni singolo sound di questa particolare pellicola, so già che non reggerà il confronto con gli altri film in gara. Lui per me ha già vinto una buona parte di quelle “sole” 14 candidature all’Oscar che si è beccato. Di sicuro quella come Miglior Colonna Sonora e come Miglior Fotografia.

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• MANCHESTER BY THE SEA

Una lunga storia triste. Apatica. Fatta di disavventure. Fatta di dialoghi silenziosi, di lacrime soffocate da un’apparente indifferenza, di un’emotività ben celata dall’austero cinismo di ogni singolo protagonista. Lenta.

Un uomo tuttofare vive di ricordi, rimembrando la sua allegra famiglia prima dell’incidente domestico che provocò il dramma. In un andirivieni di scene che ondeggiano tra presente e passato, giunge un altro dramma: muore il fratello del protagonista ed ecco che il nipote orfano viene affidato proprio a lui.

E così prosegue il racconto di uomini soli, di uomini fragili, di uomini con scarna personalità.

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• MOONLIGHT

Appare toccante questo film ben fatto che narra la fragilità del genere maschile, la labilità del mondo omesessuale e la stupidità del genere umano nel beffarsi di esso.

Il film inizia spedito, parte in quinta ma rallenta di botto, frena e decelera proprio sul finale che risulta insipido.

Intenso il significato che sta dietro il titolo.

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• LION – LA STRADA VERSO CASA

L’India di ieri che è ancora l’India di oggi e un bimbo dagli occhioni troppi dolci e troppo svegli che si perde dalla sua città di origine, che sopravvive al caos di Calcutta e che viene adottato da una bonaria famiglia australiana. Egli cresce, si evolve ma non dimentica le sue origini benché abbia totalmente dimenticato il nome del suo paese natale, nome che forse, data la tenera età all’epoca della scomparsa, non ha mai conosciuto. Tratto da una storia vera e dalle tante storie vere che accadranno, dato che ogni anno in India scompaiono migliaia di bambini, la trama incalza audace e nostalgica.

Visione amena.

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• BARRIERE

Un Denzel Whashinghton incredibile racconta la normalità che si disputa tra le strette mura domestiche di un’America sul finire degli anni ’50.

I rapporti interfamiliari tra padre e figli, tra moglie e marito, carichi di responsabilità e di doveri più che di piaceri, sono i protagonisti di questa narrazione di una vita quotidiana senza orpelli e senza fronzoli, interdetta dall’ombra del passato, da problemi economici e da una relazione extraconiugale.

Dialoghi incessanti e incalzanti non precludono un andamento loffio e prolisso.

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• ARRIVAL

Il classico film parafuturistico dove altre forme viventi invadono il pianeta Terra.

Oggetti d’oltre mondo, simili ad enormi e turgidi gusci, levitano in una sospensione perpetua su verdi distese americane. Una linguista ed altri specialisti cercano di entrare in comunicazione con questi spaventosi alieni, provando a decifrare il loro modo di comunicare fatto di segni grafici circolari in grado di modificare la percezione del tempo.

Scontato, dalla trama ormai desueta, annoia ed eclissa il panorama cinematografico contemporaneo.

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• THE LOBSTER

Uscito nel 2015, non è candidato all’Oscar come Miglior Film ma come Miglior Sceneggiatura Originale, e credo che questo Oscar se lo meriti tutto.

Ambientato in un futuro distopico e dispotico, dove la fantascienza sfiora la realtà, racconta di un mondo in cui i single non hanno scampo: chi non è in grado di trovare in un tempo prestabilito la sua dolce metà è destinato a trasformarsi in un animale desiderato, ma comunque in un animale.

Inquietante e strampalato, irruento e cruento, smorza il fiato sospeso con scene d’un amore catartico, a tratti cauto, a tratti ruspante, per certi versi rassegnato.

Geniale, con una carica emotiva e psicologica che crea pathos e suspance, spicca per originalità, nonostante il latente richiamo ad un Orwell da 1984.

Uno dei miei preferiti di sempre, nonostante l’angoscia strascicante.

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Toto #Oscar2017

Finchè c’è #Facebook c’è speransia!

Diciamolo pure: che ansia i ricordi di Facebook! Segno tangibile di quell’inesorabile avanzare del tempo, spiazzano il nostro primo accesso mattutino sulla piattaforma social più in voga da sempre. Basta un click sulla iconcina della app per essere catapultati indietro nel tempo, semplicemente visualizzando una foto o un post vecchio anni luce. Un pezzetto remoto della memoria del passato si insinua prepotentemente nell’attimo presente. Ed ecco che se ci va bene ci scappa una fragorosa risatina sotto i baffi nel guardare qualcosa di simpaticamente stupido che facevamo da “giovani”; se ci va male ci scappa una lacrimuccia, di gioia per attimi vissuti, di tristezza perché quegli attimi sono passati, e perché forse non torneranno mai più. Ed ecco l’ansia. L’ansia delle prime rughe che vediamo sul nostro volto riflesso nello specchio, ma che non sono minimamente presenti in quella foto lì, quella che il sarcastico signor Facebook ci ripropone, come i peperoni il giorno appresso l’ingestione. L’ansia di amicizie distanti, di amicizie trascorse, di amicizie andate. L’ansia di città bellissime visitate, di città bellissime abitate, amate. L’ansia di amori che vanno, di amori che restano. E la “speransia” che domani magari (ma magari) la foto ci faccia sorridere, di gioia, solo e soltanto di gioia.
Vorrei poter riguardare le foto quando lo dico io, vorrei poter ricordare quei momenti quando lo decido io, vorrei ridere o rimpiangere o piangere quando ne ho voglia io.
Però grazie Facebook per farlo tu per me! Tanto in fondo domani è un altro giorno…e io già riavrò dimenticato!

Finchè c’è #Facebook c’è speransia!

Faccio le #OrePiccole

Cavolo popolo del web se ho sonno! Anche ieri ho fatto le ore piccole! E si, c’ho quasi 30 anni ma ho ancora la forza, la voglia ed il coraggio di fare le ore piccole. E chi se ne frega che domani lavoro, che domani ho un treno o un volo all’alba, un appuntamento alle 8, che devo fare le analisi del sangue. Io esco lo stesso. Perché voglio vedere quegli amici che magari non vedo da tempo, e che forse chissà poi quando rivedrò. Perché voglio farmi pervadere da quell’ebrezza di un’eterna giovinezza e amichevole fratellanza provocata da un’uscita che si protrae sino a notte fonda. Perché voglio una bionda piccola. Perché non so dire di no. Perché non so resistere alle chiacchere, quelle lunghe, quelle dove non contano le lancette dell’orologio che avanzano a gambe levate nell’oscurità. Perché ingenuamente credo che basteranno un paio di ore di sonno a notte per farmi rinascere. E invece no! L’indomani sono una zombie e basta uno sbadiglio di troppo a ricordarmi che la bella età se ne è bell’andata. Ciao proprio! Non connetto, non trovo la concentrazione, penso solo che vorrei dormire, sprofondare con la chioma nel cuscino, sognare. E ho bisogno di almeno tre giorni per ritrovare di nuovo le forze, per recuperare la nanna persa, perché la stanchezza non molla, la stanchezza perdura, la stanchezza logora. Ecco, non sono proprio più quella di una volta! Quella mia energia che pensavo essere inesauribile, si sta lentamente consumando. Dovrei trovare un modo per rinnovarla. Forse dovrei dormire di più. Ma ora non ho tempo, i miei amici mi stanno aspettando in piazzetta, ed io soffro di iperattivismo cronico.

Faccio le #OrePiccole

Archibeginner: e mo #basta! 

Colleghi presenti e futuri, architetti di fatto o architetti di poi che si accingono ad esserlo, ve-prego, siate amorevoli verso voi stessi e altruisti verso gli altri: non accettate collaborazioni e prestazioni professionali aggratis! E-mo-bbbasta! Ci siamo rovinato la reputazione e abbiamo dato adito a sfruttamenti incessanti accondiscendendo a lavorare senza compenso alcuno o con un contentino monetario denigrante! È ora di cambiare! Il nostro è un lavoro bello ma pieno di responsabilità che vanno riconosciute e dignitosamente ripagate; un lavoro dove l’attenzione va sempre tenuta desta e la mente ingegnosa va costantemente spremuta. Perché come diceva quel tale, un medico può seppellire i propri errori, ma un architetto no! Quindi dobbiamo esigere un giusto contributo per tutti quei problemi che quotidianamente ci troviamo ad affrontare, con quella dovizia di particolari e con quell’entusiasmo perenne che da sempre contraddistingue la nostra indole carismatica e “dosatamente” estrosa. E’giunto il momento di ritornare a farci rispettare, così come la precedente generazione sapeva fare! Ecco!

#IoDicoNoAllAggratis

#StopAlloSfruttamento

E se puta caso non riuscirò mai a fare l’Architetto, forse sarò in grado di diventare una brava sindacalista!

Perdonate l’impertinenza.

Con professionale affetto.

Archibeginner: e mo #basta! 

Dalla capitale d’Italia alla capitale d’Europa: #Bruxelles

Atto primo.

Oggi vi porto nel cuore d’Europa. Chiudete gli occhi. Immaginate una piccola ma grande città, ricca di storia, di culture e sculture, di vita. Dove il ritmo è lento, ma l’attenzione è sempre desta. Dove le attività collaterali sono tante. Dove il buon umore non si assopisce mai e la serena vitalità incalza. Dove la birra è intensa, corposa, pastosa; dove la birra è vera! Dove il cioccolato è intenso, corposo, pastoso; dove il cioccolato è vero!

Chi l’avrebbe mai detto che io, dipendente dall’estremo sud, affamata di sole, intollerante alla pioggia, finissi lì, così a Nord, così al centro, così sotto la pioggia! Tanta, ma davvero tanta pioggia! Ma chi vive a Bruxelles non se ne cura, perché loro la testa tra le nuvole ce la hanno sempre, anche quelle rare volte che splende il sole. E quando il sole non c’è, sono loro a rallegrare l’atmosfera, sempre rilassati e così non curanti, sempre ottimisti, sempre pronti ad affrontare i problemi col sorriso stampato sul viso! Scialli, sciallissimi: questa è la parola giusta! Ci piace!

Esitante in principio, estasiata alla fine: pensavo che in un paese così cupo mi sarei solo depressa ma invece ho felicemente scoperto che Bruxelles sprigiona energia da ogni angolo, da ogni scorcio, da ogni tetto, da ogni piazza, da ogni singolo abitante, da ogni brasserie.

E poi mica potevo rinunciare al lavoro dei miei sogni in quello studio di architettura dei miei sogni! Quello studio della cui architettura ero follemente innamorata! E con tante emozionanti aspettative sulla professione e vane speranze sulla città sono partita!

Una Valigia, un aereo alle 7 del mattino e una festa la sera prima, un after, un bacio, una lacrima. Di tristezza. E poi di gioia: appena atterrata sono stata pervasa da un’indescrivibile positività. Una casa d’epoca a Parvis St Gilles: ultimo piano senza ascensore, tetto ligneo e travi a vista, parquet vero, d’epoca, una coinquilina italiana e un coinquilino francese, due camini, una chitarra, tanti libri, un topo. Birra. Colleghi da ogni dove. Birra. Lavoro, tanto, troppo, troppissimo. Ma sono lì dove volevo essere, e mi fingo belga, mi fingo non curante della stanchezza, della pressione. E mi sento realizzata. Birra. E poi cioccolata. E poi di nuovo birra. Party, barbecue, delirio e Delirium, risate, cene, festival, mercatini. Lavoro. Cioccolato. Lavoro. Birra. Il tour del Belgio, sorprendentemente bello. Waffles. E poi Francia, Olanda, Lussemburgo. Birra. Amici vecchi, amici nuovi. Valloni e terroni. Ospiti e ospitate. Lavoro. Competition, consegne, scadenze, riprese, televisioni, visibilità. Rumori di umori. Lavoro.

E poi scopro la gioia di camminare non curante sotto una pioggia incessante e liberatoria con gli occhi rivolti sempre verso il cielo, non per cercare il sole, ma per ammirare gli estrosi tetti così a falda, così elaborati eppure così eleganti. Sorprendersi alla vista della Grand Place, sempre diversa, sempre cangiante, sempre luccicante di estremo splendore. Perdersi tra i vicoli del centro, tra i vintage market, tra i negozi di comics; ritrovarsi all’apero urbain. Scovare ad uno ad uno tutti gli street comics. Mangiare cozze e patatine. Bere birra al posto dell’acqua. Scoprire che i cavoletti di Bruxelles a Bruxelles non esistono. Scoprire che i Puffi sono stati partoriti qui.

Ed eccomi perdutamente innamorata di questa città che prima di viverla mi procurava indifferenza!

Ecco che mi piace la vita qui!

Ecco che ora mi manca!

 

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Dalla capitale d’Italia alla capitale d’Europa: #Bruxelles

Non fate studiare #Architettura ai vostri figli

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_ Non fate studiare architettura ai vostri figli. Non ne vale la pena.

Vi ritrovereste con dei figli frustrati, incapaci di relazionarsi con il mondo del lavoro: troppo tecnici per gli artisti, troppo artisti per i tecnici, né carne né pesce, insomma. Se lo fate per il prestigio, meno che meno. Non esiste categoria più bistrattata, sfottuta, derisa: dai padroni di casa, dagli imprenditori edili, dai muratori, dagli ingegneri, dai geometri.
Un incubo.
Tanto ve lo dico subito, il lavoro (di architetto intendo) non lo trova. A meno che non abbiate la pazienza infinita di vederlo leccare i piedi nello studio di qualche affermato professionista per anni. Per dodici-sedici ore al giorno: a tirare linee, a disegnare sempre e solo scale di sicurezza o pozzetti d’ispezione, e tutto gratis o per un ridicolo rimborso spese. Tutto questo per poter mettere sul curriculum, dopo essere stato spremuto come un limone, di aver lavorato per lo stimato professionista. Che non serve a nulla. Perché se si va a fare un colloquio con un altro stimato, stimatissimo professionista, si ritorna nel girone infernale dei pozzetti di ispezione e dei rimborsi spesa ridicoli. E allora si smette di farsi belli di cotanto curriculum e si cerca di tutto; tutto quello che capita diventa ossigeno: e si passa per studi di ingegneria, con i tuoi cugini del Politecnico che ti guardano ridacchiando sotto i baffi, trattandoti come una burba in una caserma punitiva o, peggio, per sperduti uffici di geometri specializzati in pratiche catastali. Che ti chiedono, come al solito, dato che te lo chiedono da anni: “Ma sei un architetto di interni o di esterni?”
E tu che proprio non sai rispondere, perché la domanda è assolutamente incomprensibile: dal cucchiaio alla città, ti avevano insegnato in facoltà. L’architetto si occupa di tutto, dal cucchiaio alla città, come si può pensare che uno si fermi agli interni e che un altro si occupi degli esterni? Ma l’architettura non era il gioco sapiente dei volumi sotto la luce del sole? Non era una totalità inscindibile?

Vivo in Italia, nel paese col più alto numero di laureati in architettura d’Europa e col più basso numero di opere edili progettate da architetti, ed ho una vita sola.
Voglio sposarmi, avere dei figli, non posso aspettare per tutta la vita. Il mio diploma di laurea è appeso nel cesso.
Eccomi Italia. Fa di me quello che vuoi.
Gregotti aveva ragione: in Italia l’architettura non è una disciplina meritocratica. Fare architettura è innanzi tutto un privilegio di casta. Non dico che gli architetti italiani famosi nel mondo non siano bravi: alcuni di loro sono di levatura internazionale di qualità eccelsa, almeno un paio sfiorano il geniale. Solo che, semplicemente, a loro è stato permesso di dimostrarlo. Ma che ne è di tutti quelli che a parità creativa non riusciranno nemmeno a fare una villetta in campagna? Che né è di quelli che, dopo anni a disbrigare le pratiche accademiche dei loro baroni, esasperati da anni di precariato intellettuale, mollano tutto e vanno a fare i tecnici comunali?

Se insistete e davvero volete iscrivere i vostri virgulti in quelle bolge dantesche che sono le facoltà di architettura italiane, bè, allora fatelo! Ma fatelo davvero. Perché in fondo, se non siete i genitori ricchi consigliati da Gregotti e se nulla programmate di concreto per il futuro dei vostri figli e siete fervidi credenti nella provvidenza divina, di certo state facendo frequentare loro la più bella delle facoltà universitarie, la più stimolante, la più variegata. Perché l’architettura è una disciplina che si pone in un crocevia dove soffia da una parte il vento della cultura umanistica e dall’altra quello della cultura scientifica e dell’innovazione. Perchè un architetto deve sapere di tecnologia, di sociologia, di storia dell’arte, di restauro, di tecnica delle costruzioni, di estetica, di urbanistica, di composizione. Perché è l’ultima disciplina ancora perfettamente rinascimentale, dove tutto rimanda ad un tutto. Di quelli che si laureano pochi faranno la professione, ma tutti sapranno trovarsi un lavoro, qualunque lavoro. Perché la disciplina dell’architettura prevede una flessibilità mentale, una capacità di adattamento alle situazioni, un senso di progetto, che servono a prescindere dal lavoro che stai facendo. […] L’altro grande dono che ti da è lo sguardo. La capacità di interpretare lo spazio, di dialogare con le forme, di comprendere il potenziale iconografico del reale e del virtuale.
Quindi, massì, mandatelo pure vostro figlio a studiare architettura. Fatelo. Impegnatevi a pagare le tasse, il posto letto proibitivo se abitate fuori sede, le copie, le fotocopie, i libri, i programmi cad, le attrezzature, tutto. Fatelo laureare.
Poi però mandatelo all’estero. Che qui non c’è speranza _

Tratto da “Metropoli per principianti” di Gianni Biondillo _Guanda Editore, Parma, 2008

Non fate studiare #Architettura ai vostri figli

Prima ero timida, poi ho scoperto #Instagram

Si, io ero timida, sul serio! Una parte di me lo è sempre stata, e esperienze on the road a parte, piccoli capolini su palchi locali, spettacoli adolescenziali e non, recitazione, danza, canto, pittura e poesia a parte, una quotaparte di me è davvero sempre stata imbarazzantemente timida.
Poi ho scaricato Instagram!
Ed ecco che la dipendenza da pubblicazione di istanti quotidiani della mia vita, quella che un tempo era privatissima, ha spazzato via la timidezza recondita che da sempre covava in me, in agguato. E purtroppo l’assuefazione da pubblicazione non è mai giunta. Anzi. La voglia di condivisione mi pervade. Forse è solo passione per la fotografia, quella amatoriale; o forse mi piace semplicemente sperare che sia così! Il pollice furtivo non si ferma, scatta costantemente e indistintamente, d’impulso, senza pensarci due volte. E poi posta, d’impulso anche stavolta, per lasciare impulsi memorabili di attimi, situazioni, piatti e luoghi da vivere, replicare, assaggiare, visitare.

Toccante ironia a parte, la smania di condivisione virtuale dilaga, impazza e cresce esponenzialmente, contagiando inesorabilmente quella che un tempo si chiamava privacy.

Prima ero timida, poi ho scoperto #Instagram e…!

Prima ero timida, poi ho scoperto #Instagram