Nice #Venice

Se mi dicessero di scegliere una strepitosa meraviglia italiana, dopo la mia amata pizza e la mia tanto interdetta Roma, beh, quella meraviglia sarebbe Venezia. Unica al mondo, nel suo genere e nella sua imperfetta compostezza, catapulta qualunque osservatore in un’epoca passata, permeata di allori e di romantiche sensazioni.

Una città costruita sull’acqua, che dall’acqua nasce e si erge in quelle architetture datate, fitte e maestose, che angosciano ed emozionano ad ogni singolo sguardo.

Ogni scorcio si riflette nell’acqua: nell’acqua dei canali, con le barchette parcheggiate e le gondole dondolanti in transito; nell’acqua delle pozzanghere, che ricamano i vicoli stretti e tortuosi, dove spicchi di sole cercano di farsi spazio tra ombre dense e insidiose; nell’acqua sul fondo dei calici un attimo prima pieni di spritz, dove galleggia una fettina di arancia, dove galleggiano i pensieri abbandonati.

Già all’uscita dalla stazione ci si immerge in questa strepitosa dimensione fatta di ponticelli, di vaporetti, di squarci di cielo rosato. E perdendosi tra le calle, colme di piccole botteghe artigiane, si incontrano piccole piazze che sembrano immense aprendosi a sorpresa dopo le fessure pedonali che si percorrono con un andamento lento e rilassato, con la voglia di scoprire cosa ti aspetta dietro il prossimo angolo.

Trasportati dall’incessante flusso turistico, che avanza inesorabile e rigorosamente a piedi, si arriverà a percorre il Ponte di Rialto, dove, salterellando sui suoi bassi gradini, l’ampio scorcio della città che si specchia nel Canal Grande vi sorprenderà. E passo dopo passo, salendo e scendendo su di innumerevoli ponticelli, si arriva alla maestosa Piazza San Marco: un ampio spazio aperto popolato da numerosi piccioni, oltre che da orde di turisti. Circondata da egregi palazzi, con decorazioni in un incesto di stili ai piani alti e con costosi caffè lussuosi ai piani bassi, è dominata da sua maestà Basilica di San Marco, con la prospiciente Torre dell’orologio, l’adiacente e stupefacente Palazzo Ducale e il dirimpettaio Campanile. Alto si staglia quest’ultimo nel bel mezzo della piazza, dominando dall’alto della sua posizione isolata l’intera città, ma ben pochi sanno che in realtà è un falso storico in quanto fu ricostruito come era e dove era dopo il crollo della torre campanaria originale nel 1902.

Dopo la visita di questi strepitosi monumenti ecco che l’odore salmastro ci sospinge sulle sponde più ampie del Grand Canale, dove si gode di un panorama mozzafiato e di ampie vedute della laguna, dove lo skyline confuso e superbo di questa città unica al monda fa finalmente capolino, dove ci si accinge ad ammirare il famoso Ponte dei Sospiri.

E riperdendosi tra le calle, per poi ritrovarsi nei piccoli Campi, tra orientamento e disorientamento, tra panni stesi e antiche casette colorate, si arriva in zona Castello e si rimane esterrefatti dalla decadente e datata bellezza dell’Arsenale, grezzo e robusto ma incredibilmente fatato.

Altrettanta bellezza la si ritrova nel quartiere di Cannareggio.

Dopo un caffè con vista panoramica e uno spritz ghiacciato preparato rigorosamente con dell’ottimo vino bianco, dopo un dolce gustoso e una svaria di cicchetti appetitosi al sapore di mare, meritano una visita alcuni musei degni di nota come il Museo Peggy Guggenheim, le Gallerie dell’Accademia ed i Musei civici e le innumerevoli e notevoli chiese, alcune dei quali con campanili imponenti e pendenti.

Poi ci stanno le splendide isole di Murano e Burano, ma loro meritano un articolo a parte.

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Nice #Venice

#Napulè mille colori

Vedi Napoli e poi muori.

E poi muori perché ti sparano, perché ti derubano e ti minacciano, perché ti viene un infarto quando un motorino con a bordo almeno tre persone, rigorosamente senza casco, ti sfreccia accanto. Perché ti investono ignorando un semaforo rosso che per i nativi del posto è un mero arredo urbano.

Si, forse intendono questo asserendo quella frase.

Perchè appena si sbarca in quella giungla urbana, ogni luogo comune viene confermato. Già sul treno direzione Napoli si percepisce un’aurea di illegalità. Ma forse anche questo fa parte della bellezza di questa città: il proibito consentito, il grottesco.

A Napoli, però, si può anche morire di bellezza e di felicità. Perché quel sole millanta un lucente e brillante calore, posandosi quieto sulle acque salmastre di un rarefatto orizzonte e sui dolci pendii del Vesuvio che imponente sopisce. Perché il mare luccica e tira forte il vento. Perché le strade profumano di tradizione. Perché cammini per quelle viuzze e odi il caldo rumore delle posate metalliche sbaragliare dentro piatti di ceramiche colmi di pasta e patate, pasta e fagioli, pasta e ceci, nelle case di famiglie rumorose, numerose, unite.

Perché le pizza è troppo buona. Perchè la pizza fritta lo è ancora di più. Perché hai mangiato troppa pizza. Perchè la mozzarella di bufala è sempre al top. Perchè il caffè è fatto a regola d’arte. Perchè la croccantezza di una sfogliatella calda e fragrante appena sfornata o la bollente friabilità di un morso di frolla o la succulenta ed ineguagliabile sofficezza di un babà ti elevano ad un paradiso terrestre appena prima sconosciuto.

Così, a partire dalla stazione che tende sempre più ad un design d’avanguardia, transitando in metro nelle spettacolari fermate dell’arte, per poi passeggiare e fare shopping in via Toledo e nella galleria Umberto I, sino a raggiungere sua maestà piazza del Plebiscito con il suo gigante palazzo reale dall’ampio colonnato neoclassico, si arriva dolcemente sul lungomare, dove la vista è mozzafiato e l’andamento si accorda al dondolio dell’acqua marina, dove il paesaggio naturale viene brevemente interrotto dalla sobrietà dell’antica costruzione di Castel dell’Ovo.

È d’obbligo un’elevata passeggiata al Vomero, un tour nella Napoli Sotterranea e nella Galleria Borbonica, una visita al museo di Capodimonte e alla Cappella di Sansevero con la statua del Cristo velato, una sbirciatina al Maschio Angioino.

E poi si deve assolutamente varcare la soglia del popolare quartiere Spaccanapoli, per visitare il Duomo e ammirare parte dello splendido tesoro di San Gennaro; per conoscere la vera e tipica Napoli, tra panni stesi e svolazzanti al vento su fili tesi, tra fascinose corti accroccate e vicoli stretti e chiassosi.

Ci si può spingere oltre azzardando addirittura una passeggiata nei veraci quartieri spagnoli, per una tappa obbligata nell’ancora più verace cucina di Nennella.

Perché se arduo sarà scegliere se prediligere la storica pizza di Michele o la bivalente pizza di Sorbillo, la trattoria da Nennella accorda tutti. E poi il caffè si prende rigorosamente da Gambrinus, il babà da Scaturchio, le frolle e le ricce ustionanti da Attanaglio, i fritti da asporto da Di Matteo.

 

Passeggiando allegramente tra illegalità e tradizione, tra stupore e meraviglia, in un altalenante ibrido brivido di terrore e di piacere, che pervade questa città fatta di contrasti, l’idillio di un boccone della vera pizza prevarica ogni vano tentativo di furto.

 

#Napulè mille colori

#DoReMi fa

Qualche nota fa, Sanremo era il festival della canzone italiana, ebbasta! Superlative composizioni musicali e testi indelebili echeggiavano per un tempo illimitato nelle orecchie di italiani e non. La canzone era la vera e unica protagonista. La canzone è invece oggi relegata ad un secondo piano, sopraffatta da ospitate internazionali, da vallette e valletti (?), da critiche e da ironie. Dopo un periodo di abisso, in cui guardare Sanremo era sinonimo di sfigato o matusa, siamo giunti, negli ultimi anni, ad una condizione in cui stare attaccati alla TV a contemplare il festival è di estrema importanza per il nostro essere glamour e social. Si, va di moda guardare Sanremo! Ma mica per ascoltare le canzoni! No, no! Le melodie entrano da un orecchio, e dall’altro ne escono, eclissate dai nostri neuroncini che ad altro non pensano che a criticare il look, i gesti, le parole, la scenografia, i fiori, gli ospiti! E della canzone non je ne può fregà di meno! E anche di chi vincerà non je ne può importare mica, dato che da dopodomani i nomi di canzone e cantante vincitori scivoleranno inesorabilmente nel dimenticatoio!

Comunque per la dovizia di spettatori, o per la noia alle porte, quest’anno è pure crashata la Rai!

Il primo anno che tutti o quasi ne parlano bene (eccetto i tweetteromani, of course!), lo voglio un po’ critirare io, perché non può esistere un festival della canzone italiana senza un minimo inderogabile di critiche, che siano rivolte allo spettacolo in se per se, o a chi, indiscretamente, lo guarda!

Carlo Conti: bravo, semplice ma soprattutto abbronzato; a tratti apatico, ma sempre col sorriso impresso sul viso! Dove lo metti sta!

Le vallette: una perfetta, simpatica ma anche bella, e soprattutto italiana; l’altra la classica bella statuina, la classica straniera, ovviamente bel corpo, ma un viso che lascia pensare ad una nomade scappata da un campo (i Rom non me ne vogliano!); l’altro (o altra?) alquanto scialbo, che campa di una bellezza e mascolinità remota, ormai soppiantata da un eccesso di sottigliezza dell’arcata sopraccigliare, da zigomi più alti del The Shard di Londra, da un capello nero finto più scuro della pelle di Carlo (chi l’avrebbe mai detto esistesse qualcosa di più nero!) e da uno smisurato uso di fondotinta in forma compatta!

I cantanti: alcuni sono degli abituè, altri, come sempre, sono degli sconosciuti; ma una cosa gli accomuna: canzoni un po’ troppo lagnose e scontate!

Una parentesi a parte va aperta per questi presunti rapper napoletani che altro non fanno che reinterpretare in chiave moderna la canzone neomelodica per eccellenza, provando a farci credere che innovano un po’, ma in realtà mescolano solo stili musicali che insieme non ci azzeccano per niente! Però il pubblico applaude lo stesso!

Gli ospiti: in genere pagati in maniera direttamente proporzionale alla distanza dal luogo di provenienza, hanno saputo, chi più chi meno, sorprendere ed emozionare, recando addirittura una commozione generale, come quella conseguente l’esibizione del talentuoso pianista Ezio Bosso, ieri conosciuto a pochi, oggi, dopo la sua performance, divenuto giustamente di fama mondiale. Una forza rocciosa e spiazzante, una bravura che la malattia non ha fatto altro che fortificare, permettendo alle sue note, scandite da mani esperte, di raggiungere l’apoteosi delle emozioni in ognuno di noi.

Le cose più belle, oltre ad Ezio Bosso? Ovviamente la poliedrica Virginia Reffaeli, ma questo già si sa; il mitico Marco Castoldi, in arte Morgan, criticone, predicone e mal razzolante, ma sempre di un fascino adorabile; Elio e la sua band, perché lui innova sempre, fa ridere con grazia e stupisce ancora, e perché hanno fatto un’esibizione in un look total pink; il colore (naturale???) delle labbra e la tenerezza dondolante di Lorenzo Fragola; la canzone di Rino Gaetano, che resta sempre bella, nonostante sia stata maldestramente reinterpretata da voci quasi bianche di una band x (come si chiamavano quelli?) come nei peggior karaoke (Rino, abbi pietà di loro!); le vocine della Gialappa’s del Dopo Festival! Ah, e i nastri arcobaleno, a supporto del tanto atteso risveglio nazionale!

Sicuramente bella sarà l’esibizione della Cristina nazionale, che vale più di tutti quei nastri arcobaleno nella lotta ideologica per le unioni civili, di “un certo” Fiorello e di quel Brignano (a me già fa ridere solo la faccia!).

Ma si, guardatelo pure questo festival, che sia per ascoltare speranzosi della auspicabile buona musica, o che sia anche solo per criticarlo, come solo noi italiani sappiamo fare!

Perché Sanremo è Sanremo!

E perché il canone Rai tanto lo paghiamo lo stesso!

#DoReMi fa

#BellItalia

 

Ah, l’Italia quant’è bella! E quale modo migliore per iniziare il 2016 se non visitando alcuni dei suoi gioielli nascosti e non?! E poi il clima natalizio, gli addobbi luminosi, quella palpabile atmosfera freddamente calorosa hanno reso questi luoghi ancora più magici, più evocativi, e ancor più meritevoli di uno scatto, elargenti come sono di una proficua scorpacciata di bellezza e di un sostanzioso approvvigionamento di cultura!

Ecco alcune perle di questo meraviglioso paese, da vedere, da percorrere e da gustare, ma soprattutto da fotografare!

• GALLIPOLI _Si, lo so, sono di parte, ma vi assicuro che ha il suo perché anche d’inverno! Il mare brilla comunque sotto i raggi di un tiepido sole e l’atmosfera natalizia enfatizza la rilassante quiete dopo la “tempesta estiva”.

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• NARDO’ _Ogni volta resto sorpresa dalla bellezza del centro storico di questo paese nel cuore del Salento, che spicca per arte e architettura d’altri tempi, il tutto accompagnato dalla magia natalizia!

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• LECCE _Lei è bella sempre. Non avrebbe bisogno di acconciature essendo già pervasa dalla ricchezza del barocco, ma le lucine colorate qua e là rendono il tutto ancora più bello!

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• MATERA _La futura Capitale della Cultura, con la sua unicità e la sua caratteristica architettura scavata nella roccia, pullula di turisti giunti da ogni dove per visitare anche il presepe vivente che si snoda per le tortuose e ripide stradine di questa meravigliosa città.

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• FLUMERI _Piccolo comune tra i colli campani, regala gioie alle papille gustative con ricette tipiche dell’entroterra “partenopeo”.

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• MONTENERO DI BISACCIA _Uno dei più bei presepi viventi si trova in Molise (ebbene sì, il Molise esiste eccome!), incastonato tra le antiche grotte di questo piccolo paese che si sviluppa attorno a un piccolo cocuzzolo di una piccola collina. Atmosfera tipica e un reale tuffo nell’antichità rendono questo presepe di gran lunga superiore a quello di Matera!

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• GAETA _Il Lazio non è solo Roma! Questa regione vanta piccoli centri davvero notevoli e caratteristici, meritevoli di una visita soprattutto per l’abbondanza di resti romani ivi presenti. E poi il mare rende tutto ancor più bello.

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#BellItalia