Reporting from the #front

Mancano solo pochi giorni al termine della 15. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia dal titolo Reporting from the Front, presieduta da Paolo Baratta e diretta dall’architetto cileno Alejandro Aravena. Un grande architetto che nella sua semplice essenza ha messo in piedi una grande mostra dal gusto semplice, essenziale ed esistenziale.

L’architettura si manifesta agli occhi critici degli addetti al settore, suscitando un invidioso stupore o, raramente, un indignoso rigetto.

Un’architettura di qualità: quella povera, che parte dal basso; quella partecipata, che attizza ogni possibile fruitore; quella ecocompatibile, che con leggiadra attenzione rispetta l’ambiente.

Si punta alla condivisione con un pubblico ampio di opere architettoniche che spaziano in nuovi campi d’azione, che sconfinano i risaputi orizzonti approdando in dimensioni che integrano differenti settori, come quello artistico e culturale, quello politico e quello sociale, quello economico e quello ambientale.

Architetture pensate, architetture ritrovate, rinnovate o innovate; architetture che rispondono a delle domande o che le aggirano con costruzioni furibonde. Ma pur sempre architetture che suscitano una qualche sorta di emozione.

L’esposizione che si snoda all’interno degli spazi dell’Arsenale mostra i retroscena di un lavoro efficace e costante, in una sorta di work in progress che si evolve durante il percorso adagiato su di una grafica accattivante e alternativa.

I padiglioni dei giardini espongono con chiara eleganza o con complessa opulenza i lavori più validi realizzati all’interno e non del proprio paese, esaltando con discrezione dei progetti eclatanti e ben riusciti; eppure talvolta tendono ad un’autoreferenzialità che perde di vista l’obbiettivo della mostra, sconfinando verso una monumentalizzazione del proprio lavoro non sempre qualitativamente elevato.

Ecco in piccoli shot il mio Reporting:

 

Annunci
Reporting from the #front

#Napulè mille colori

Vedi Napoli e poi muori.

E poi muori perché ti sparano, perché ti derubano e ti minacciano, perché ti viene un infarto quando un motorino con a bordo almeno tre persone, rigorosamente senza casco, ti sfreccia accanto. Perché ti investono ignorando un semaforo rosso che per i nativi del posto è un mero arredo urbano.

Si, forse intendono questo asserendo quella frase.

Perchè appena si sbarca in quella giungla urbana, ogni luogo comune viene confermato. Già sul treno direzione Napoli si percepisce un’aurea di illegalità. Ma forse anche questo fa parte della bellezza di questa città: il proibito consentito, il grottesco.

A Napoli, però, si può anche morire di bellezza e di felicità. Perché quel sole millanta un lucente e brillante calore, posandosi quieto sulle acque salmastre di un rarefatto orizzonte e sui dolci pendii del Vesuvio che imponente sopisce. Perché il mare luccica e tira forte il vento. Perché le strade profumano di tradizione. Perché cammini per quelle viuzze e odi il caldo rumore delle posate metalliche sbaragliare dentro piatti di ceramiche colmi di pasta e patate, pasta e fagioli, pasta e ceci, nelle case di famiglie rumorose, numerose, unite.

Perché le pizza è troppo buona. Perchè la pizza fritta lo è ancora di più. Perché hai mangiato troppa pizza. Perchè la mozzarella di bufala è sempre al top. Perchè il caffè è fatto a regola d’arte. Perchè la croccantezza di una sfogliatella calda e fragrante appena sfornata o la bollente friabilità di un morso di frolla o la succulenta ed ineguagliabile sofficezza di un babà ti elevano ad un paradiso terrestre appena prima sconosciuto.

Così, a partire dalla stazione che tende sempre più ad un design d’avanguardia, transitando in metro nelle spettacolari fermate dell’arte, per poi passeggiare e fare shopping in via Toledo e nella galleria Umberto I, sino a raggiungere sua maestà piazza del Plebiscito con il suo gigante palazzo reale dall’ampio colonnato neoclassico, si arriva dolcemente sul lungomare, dove la vista è mozzafiato e l’andamento si accorda al dondolio dell’acqua marina, dove il paesaggio naturale viene brevemente interrotto dalla sobrietà dell’antica costruzione di Castel dell’Ovo.

È d’obbligo un’elevata passeggiata al Vomero, un tour nella Napoli Sotterranea e nella Galleria Borbonica, una visita al museo di Capodimonte e alla Cappella di Sansevero con la statua del Cristo velato, una sbirciatina al Maschio Angioino.

E poi si deve assolutamente varcare la soglia del popolare quartiere Spaccanapoli, per visitare il Duomo e ammirare parte dello splendido tesoro di San Gennaro; per conoscere la vera e tipica Napoli, tra panni stesi e svolazzanti al vento su fili tesi, tra fascinose corti accroccate e vicoli stretti e chiassosi.

Ci si può spingere oltre azzardando addirittura una passeggiata nei veraci quartieri spagnoli, per una tappa obbligata nell’ancora più verace cucina di Nennella.

Perché se arduo sarà scegliere se prediligere la storica pizza di Michele o la bivalente pizza di Sorbillo, la trattoria da Nennella accorda tutti. E poi il caffè si prende rigorosamente da Gambrinus, il babà da Scaturchio, le frolle e le ricce ustionanti da Attanaglio, i fritti da asporto da Di Matteo.

 

Passeggiando allegramente tra illegalità e tradizione, tra stupore e meraviglia, in un altalenante ibrido brivido di terrore e di piacere, che pervade questa città fatta di contrasti, l’idillio di un boccone della vera pizza prevarica ogni vano tentativo di furto.

 

#Napulè mille colori

La fine dei #ventanni

Ci siamo. La linea sottile, che separa nell’immaginario globale la gioventù dalla presunta età adulta, è stata scavalcata. E tutto va bene. 

Almeno per ora. 

Non un capello bianco in più, non una ruga in più, non una irreprensibile voglia di maternità improvvisa, non un posto di lavoro fisso. Solo quella suscettibile realtà anagrafica che ti etichetta come una trentenne. 

30. Sono tanti. 

Iniziano a fioccare quelle amiche che diventano madri, giovani spose, cazzute imprenditrici. Ed io che invece trotterello e vago, e nel vagar divago. E rotolando per il mondo inseguo ancora il sogno di portarmi addosso e dentro quel senso di libertà assoluta, priva di vincoli e di per sempre, che una vita vissuta alla giornata, senza programmi a lungo termine, può dare.

Poi però incombe l’ansia. Come sempre.Incombono incombenze sempre più assidue. 

Mi circondo di amici più giovani, palliativo per la mia incalzante “senilità”, e canzono l’adolescenza rimembrando i bei tempi che furono in estemporanei deja-vù. 

Mi illudo di “avere ancora il fisico” per “fare serata”, per ballare tutto intorno dopo aver gironzolato tutto il giorno, smorzando sbadigli improvvisi nel mezzo di una suonata elettronica, dopo un concerto indie.

E poi eccomi capitolare il giorno seguente, passando una giornata “ad energia quasi 0” a poltrire nel letto per cercare di recuperare le forze.

E, assorta tra i pensieri, già scorgo la nostalgia della pelle distesa che cerca di scappare via a gambe levate, nonostante provi a farla restare lí, tesa, abbindolandola con creme a base di enzimi Q10 e acido ialuronico.

E sento che già mi manca quel mio metabolismo veloce, che correva come una gazzella, permettendomi di non opporre resistenza alcuna ad assaggi troppo calorici nei miei tour gastronomici.

E scongiuro il temutissimo arrivo del momento della prima tintura per capelli obbligata.

Ed ecco arrivare il momento in cui per strada un tizio ti urta o ti sfiora appena e ti si rivolge con un “Scusi, signora!”. Signora a chi?! Sarà un caso, forse non mi ha vista ben in volto, ma mi scusi Signore io NON SONO UNA SIGNORA!

Perché la mia mente non è un paese per vecchi.

Perchè per ogni fine c’è sempre un nuovo inizio.

30 anni. E non sentirli.(?)

La fine dei #ventanni