#CVTàStreetFest: l’arte che non ti aspetti

Cosa succederebbe se un borgo ancora non del tutto abbandonato nel cuore più introverso del Molise si animasse di rinomati artisti di strada che, armati di bombolette spray colorate, iniziassero ad imbrattare con maestria muri di edifici datati e decrepiti? Ecco: succederebbe un gran bell’evento!

Ed è questo che è accaduto lo scorso weekend a Civitacampomarano, un piccolo paese irto su di una collina rocciosa, ispida e scoscesa, a pochi passi da Campobasso, che ancora sopravvive allo spopolamento dei borghi storici (ed all’adsl!).
Una serie di street artist internazionali e di lodevole fama, sotto la direzione artistica di Alice Pasquini, famosissima artista che con la città di Civitacampomarano ha uno sviscerato legame (il piccolo borgo ha dato i natali ai suoi nonni), si sono messi all’opera, in una full immertion di arte estemporanea per ben quattro giorni, sotto gli occhi curiosi della popolazione prevalentemente anziana del luogo e dei numerosi “turisti per caso” accorsi per l’occasione. Tra questi si è fatto notare, per fama e per mole, colui che di street se ne intende, anche se culinareamente parlando: Chef Rubio! Armato di reflex al collo, immortalava artisti, opere e scorci senza tempo, rigorosamente con la bocca piena che, in un costante movimento mandibolare, addentava qua e là caloriche specialità locali.
Lo street food è stato infatti il secondo protagonista della manifestazione: un ardente brace in piazza, accesa al calar del sole per la cottura di salsicce locali, accostata ad una “rostella” elettrica per cuocere un numero illimitato di arrosticini e punti di degustazione in varie case, dove esperte “massaie” preparavano, con cura e con abbondante olio, pietanze tipiche, hanno fatto da contorno alla portata principale a base di estrosi murales in itinere. Ciliegina sulla torta le note graffianti di dj Gruff alla consolle.

Il paese si anima come non mai, rivive ricordi di vecchi splendori con nuovi colori, si veste di contemporaneo indossando i graffiti ramificati di Pablo Herrero, la trama delle fantasie di Uno, le sagome intersecate dell’uruguaiano David De La Mano, gli stencil fotografici di Icks, il mondo visionario di Hitnes, l’immaginario dipinto di Alicè. Ed una vecchia cabina telefonica diventa verde Whatsapp, l’apetto molisano si colora di azzurro e capeggia sul fianco la scritta WeTransfer, una panchina veste un azzurro di un tono differente con accostato il cinguettante simbolo di Twitter, la farmacia ha apposto il logo dell’antivirus Avast, la bacheca comunale quello di Facebook e la cassetta delle poste quello di Gmail, il tutto grazie alle rivisitazioni di Biancoshock.

Colori, rumori di sorrisi e di un click di scatti rubati, odore di vernice, profumo di cibo unto molisano, aroma di aria sana, di gente sana, hanno pervaso il paese inondandoci di sapori genuini e di un’arte partecipativa che non conosce i confini del tempo.

#CVTàStreetFest: l’arte che non ti aspetti

#Stonewall coming out

Il 5 maggio farà coming out il film rivelazione dell’anno che apre una finestra sulle dure lotte che il mondo gay ha sostenuto per provare ad affermarsi. Uno squarcio su di una ferita che il tempo non è riuscito del tutto a rimarginare.

Il famoso regista di Indipendence Day, Roland Emmerich, cambia direzione e tocca solo per la tangente la catastrofe, accelerando verso una realtà storica, con documentati sbandamenti in una cronaca datata 1969.

Eccolo scontrarsi a Stonewall Inn, un eclettico bar in una New York avanguardista ma non troppo, dove la libertà di espressione viene repressa brutalmente da continui abusi di potere. Dove essere diversi non è consentito. Dove l’amore non ha età, ma ha sesso eccome. Dove la spontaneità viene frenata da soprusi e pregiudizi. Dove si combattono in maniera pacifica violente retate. Dove il coraggio di pochi ha cambiato il futuro di molti. Dove l’orgoglio ebbe inizio. L’orgoglio di essere “diversi”, di affermare un apparente differente modo di vivere l’amore, di combattere nonostante tutto.

Non è solo un diritto, deve essere anche un dovere, quello di conquistare quell’ambita libertà che gli omosessuali tendono ancora a calibrare, a dosare con moderazione, per paura, per autocommiserazione. E nei moti rivoluzionari del ’69, quei moti che presero il nome proprio dal bar newyorkese teatro del cambiamento, la strada verso quella libertà è stata spianata e solcata a testa alta.

Il regista reinterpreta con occhio critico l’alba di quella lotta, raccontando un passato che purtroppo è ancora presente, e che forse sarà anche futuro se non smetteremo di credere che la diversità non merita una legittima uguaglianza.

Stonewall coming out: 5 maggio 2016!

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Un necessario ricordo di chi ha aperto la strada per la libertà, di chi ha avuto il coraggio di cambiare.

#Stonewall coming out

#MySalone 

Strampalata gente dalla pulsante vena artistica si aggirava, la settimana appena trascorsa, per le strade di una Milano che forse mai così è stata piena di vita. Il Salone del Mobile, e tutto ciò che c’è di annesso e connesso, che corre sotto il nome di Fuori Salone, ubriaca la città meneghina di un’estrosa e travolgente energia, di una coinvolgente e contagiosa creatività impulsiva. Ecco che ogni luogo profuma di design; ecco un fragoroso bombardamento di input, di mode che verranno, di stili che mai se ne andranno, di colori, di textures, di geometrie, di luci, di idee. Una maratona favolosa alla scoperta di aziende e di marchi, di eventi, di assaggi (in tutti i sensi), di ispirazione. Le immagini parlano da sole. Ecco il mio salone del mobile in pillole:

#MySalone 

#MilanoDesignWeek2016 coming soon soon

Finché c’è design c’è salone, il Salone del Mobile esattamente, quell’evento internazionale che concentra concentrate pillole di innovativo design in quelle che sono ormai divenute le giornate più famose di Milano.

La città si anima di una pazzesca verve creativa, diventa vetrina sul mondo di architettoniche novità, emana auree di cosmopolita arte, presenta giovani e ambiziosi designer, irradia cultura artistica, trasuda geniale creatività.

Eccola una Milano sovversiva, estrosa e dinamica, che con regolare ordine gestisce le orde di appassionati ed esperti del settore che invadono la fiera, che si riversano su strade allegre colme di eventi collaterali. Spontanee manifestazioni strettamente connesse alla fiera ma largamente aperte a commistioni trasversali caratterizzano il Fuori Salone, che si dirama per tutta la città di Milano. Il fuori onda per eccellenza che però l’onda la cavalca, e ci s’impenna pure sulla cresta di questa: è nel Fuori Salone infatti che prendono vita le situazioni più interessanti! E Brera, così come San Babila, Porta Venezia, Ventura Lambrate e via Durini, brillano di luce riflessa. E persino i profani si destano. Noi sacri invece drizziamo ben bene le orecchie per ascoltare e passare al vaglio il meglio del meglio, per captare quante più ispirazioni possibili. Noi sacri ci concediamo una pausa dal nostro agire architettonico imperterrito solo durante il Salone del Mobile, sempre se di “pausa” si può parlare. Noi sacri non attendiamo altro, viviamo in funzione del “Salone”, lo aspettiamo con implacabile ansia, lo osanniamo. Tutto si ferma, perché è poi da qui che tutto prende vita.

Alchimie, spesso al limite della decenza, tra vecchio e nuovo, tra quel che più di tradizionale c’è con quel che più di contemporaneo tira, vengono esposte, presentate, toccate con mano.

È quasi già domani, tra poche ore tutto avrà inizio, Fiera Milano Rho freme, ma dietro le quinte del Fuori Salone, tra i vicoli del centro, gli eventi già vanno in scena.

#MilanoDesignWeek2016 coming soon soon

Faccio le #OrePiccole

Cavolo popolo del web se ho sonno! Anche ieri ho fatto le ore piccole! E si, c’ho quasi 30 anni ma ho ancora la forza, la voglia ed il coraggio di fare le ore piccole. E chi se ne frega che domani lavoro, che domani ho un treno o un volo all’alba, un appuntamento alle 8, che devo fare le analisi del sangue. Io esco lo stesso. Perché voglio vedere quegli amici che magari non vedo da tempo, e che forse chissà poi quando rivedrò. Perché voglio farmi pervadere da quell’ebrezza di un’eterna giovinezza e amichevole fratellanza provocata da un’uscita che si protrae sino a notte fonda. Perché voglio una bionda piccola. Perché non so dire di no. Perché non so resistere alle chiacchere, quelle lunghe, quelle dove non contano le lancette dell’orologio che avanzano a gambe levate nell’oscurità. Perché ingenuamente credo che basteranno un paio di ore di sonno a notte per farmi rinascere. E invece no! L’indomani sono una zombie e basta uno sbadiglio di troppo a ricordarmi che la bella età se ne è bell’andata. Ciao proprio! Non connetto, non trovo la concentrazione, penso solo che vorrei dormire, sprofondare con la chioma nel cuscino, sognare. E ho bisogno di almeno tre giorni per ritrovare di nuovo le forze, per recuperare la nanna persa, perché la stanchezza non molla, la stanchezza perdura, la stanchezza logora. Ecco, non sono proprio più quella di una volta! Quella mia energia che pensavo essere inesauribile, si sta lentamente consumando. Dovrei trovare un modo per rinnovarla. Forse dovrei dormire di più. Ma ora non ho tempo, i miei amici mi stanno aspettando in piazzetta, ed io soffro di iperattivismo cronico.

Faccio le #OrePiccole

Ciao #ZahaHadid

Un fulmine a ciel sereno. Quel cielo costellato di stelle, quelle stelle del panorama architettonico internazionale: le Archistars. Pochi grandi nomi dominano la kermesse progettuale contemporanea, e lei, Zaha Hadid, era tra questi. Una grande folle donna, un grande geniale architetto: lei è riuscita, con la sua estrosa innovazione figurativa e compositiva, ad emergere in uno sfondo saturo di indiscusso maschilismo; lei ha reinterpretato, stravolto, inventato un’architettura che ha lasciato il segno, che rimane impressa nella memoria, che impressiona, che ammicca, che ammalia. “Perché usare l’angolo retto, se ne esistono altri 359?” affermava. Perché usare l’angolo, talvolta.

E così le sue architetture scorrono e corrono in una fluidità spigolosa dettata da una voglia di scardinare concetti e preconcetti retorici. Profondamente criticata, lei rispondeva con un’enfasi ed un eccesso proporzionalmente crescenti al crescere del numero delle insinuate contestazioni. E così città storiche devono dirle grazie per quella ventata di innovazione e quello spiraglio sulla contemporaneità portato dalle sue architetture sempre eccessive ma sempre valide.

Matematica in Iraq, suo paese di nascita, architetto a Londra, dove continua a studiare e si afferma sin da giovane, nel 2004 è l’eletta alla vittoria dell’ambito Pritzker Architecture Prize.

Si è spenta lo scorso 31 marzo 2016 a Miami, a causa di un attacco cardiaco, alla modica età di 65 anni, con una brillante e invidiabile carriera alle spalle, ricca di successi, di celebri edifici costruiti e di emblematici progetti in costruzione.

E come una delle migliori stelle, ha lasciato una irriverente ma luminosa scia, un alone effervescente in questo soporifero firmamento di stelle cadenti.

Ciao #ZahaHadid